Un comico a Monte Verità (Cooperazione, 11.05.2005)

Massimo Rocchi, nato a Cesena nel 1957, dopo gli studi teatrali a Bologna, consegue nel 1982 il diploma di mimo presso l'«Ecole Internationale Marcel Morceau» a Parigi. Negli anni Ottanta si trasferisce in Svizzera e qui inizia la sua irresistibile carriera di mimo e comico. Lo spettacolo «äuä» del 1994 lo consacra al grande pubblico e alla critica, in Svizzera e in tutta l'area germanofona. Lo provano i premi ottenuti: dal «Salzburger Stier» del 1996 al «Wilhelmshaver Knurrhahn» Germania del 1998, mentre in Svizzera spiccano il «Prix Walo» (1997) e il «Paul Haupt» (1999). Il nuovo spettacolo, Circo Massimo, che ha avuto il tutto esaurito nei teatri della Svizzera interna, approderà al Monte Verità di Ascona.

 

COOPERAZIONE: In privato molti comici sono persone tristi, persino paranoici. Lei com'è?
MASSIMO ROCCHI: Bisognerebbe chiedere a chi mi conosce. Privatamente mi lavo i denti, faccio colazione, a volte leggo tanto a volte nulla, sono appassionato di televideo, mi piace molto nuotere, andare in bicicletta...

Qual è la sua definizione di comicità?
Non mi piace molto parlare di comico. E non ne sono capace. In ogni caso, non so se possa portarci alla felicità, ma la comicità è di sicuro qualcosa di straordinario, di divino. Per me il segreto della comicità si trova soprattutto negli animali e, in parte, nei bambini. Il comico è qualcuno che fa ridere, ma «far ridere» in italiano è associato ad una persona non seria. Purtroppo, ci sono sempre piú comici non professionisti che fanno ridere: i politici, gli imprenditori e persino il papa...

Che cosa allora le fa ridere?
Le situazioni che partono dal serio, paradossali. Il comico nasce dall'imprevisto, dal qui pro quo. Ultimamente mi ha fatto ridere una scena accaduta al Consolato italiano a Berna. Ero lí per il passaporto quando è entrato un albanese per chiedere un visto. Alla domanda dell'impiegato: «Sposato», lui ha risposto seriamente: «E come no. Ho anche sei figli e adesso aspetto la televisione...».

Su che cosa invece non ride o non si può ridere?
Ci sono parole che, come nelle toilette, sono «occupate». Durante la catastrofe dello Tsunami, per esempio, la parola mare o vacanza era una parola chiusa, in conclave. Non si ride di ciò su cui le persone hanno paura. Ancora, sul nuovo papa, gli svizzeri italiani, piú legato alla cultura cattolica, non hanno visto sulla TSI trasmissioni aperte e pluralistiche come invece è successo sulla DRS. E io devo prendere nota di questo quando verrò ad Ascona.

Quali sono i comici che ama di piú?
Amo molto il Quartetto Cetra, Panelli, Bice Valori, Vianello e Tognazzi. Ma il comico che negli ultimi 25 anni è diventato opera, capace di uscire dal narcisismo del comico ed entrare in un film, come un artista, un interprete, una persona calata in una storia, quello è stato Massimo Troisi con Il postino. Con lui, Jacques Tati e Peter Sellers sono stati i comici piú drammatici.

Il suo modo di recitare, la sua mimica facciale, fa venire in mente Dario Fo. Il Premio Nobel non è stato un suo modello?
Come non avere qualcosa di Dario Fo. Intanto, a entrambi manca il mento... Per me è stato importante quando ho studiato mimo, perché io venivo dal mimo classico, cioè dalla pantomima, mentre lui, venendo... dalla fretta, con un gesto crea una sintesi. Penso però di avere un mio stile. Dario Fo le lingue le imitiva, io invece le so e scavo nelle parole. In Dario Fo c'è sempre il buono e il cattivo, ha dei messaggi politici, mentre in me tutto è sfumato e né propongo messaggi politici...

Nel suo nuovo spettacolo, «Circo Massimo», il punto di forza è la parodia dell'identità italiana e svizzera tedesca. Che lei ritiene incompatibili come Mac e Window.
Questo spettacolo è per me quello piú coraggioso, piú personale. Invece di suggerire al pubblico «quello che si deve fare», ho trovato quest'idea di un io diviso in due e sono io la vittima, la contraddizione in termini. Il teatro mi dà la possibilità di mostrare questo gioco del doppio, di una persona che a volte è sola, parla con se stesso. Il mio spettacolo racconta ritmi, abitudini, quotidianità nella mia doppia identità. Con l'italiano che non ama rispettare le leggi mentre lo svizzero li rispetta. Con l'italiano che vede lo stato come un avversario mentre per lo svizzero è un partner. Con l'italiano che vive l'emozione come qualcosa di imprescindibile, mentre per lo svizzero va controllata.

In Ticino dovrà tornare alla lingua madre, l`italiano...
Certo, il primo motore diventa l'italiano, ma mi affido anche al tedesco, allo Schwytzerdusch e al francese. E questo è molto amato in Ticino.

Ma anche nel palinstesto dovrà adattare "Circo Massimo" al pubblico ticinese...
Ho delle novità, devo certamente adattare lo spettacolo, ma non rivoluzionarlo. Per esempio, la politica federale in «Circo Massimo» nei teatri della Svizzera tedesca ha un peso maggiore che nello spettacolo dell'11 giugno a Monte Verità. Perché il Ticino non ha un Consigliere federale e da ultimo nemmeno il cancelliere Casanova, «il baby sitter del governo».

 

Cooperazione, Nr. 19 dell 11 maggio 2005

 

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